Da qualche mese il mondo si è scoperto vulnerabile sul fronte della supply chain.
Quella catena di approvvigionamento globale che consente alle materie prime di diventare prodotti finiti sta dimostrando la sua fragilità. Blocchi e rallentamenti sono all’ordine del giorno. Per non parlare delle aziende che si bloccano in Cina per il caro energia. Tutto questo ormai è arrivato in Italia, con famose acciaierie italiane che bloccano la produzione perchè l’acciaio costa troppo. Già, il rincaro delle materie prime: questo è il cuore del problema. Materie prime così care che è diventato difficile o antieconomico produrre. E allora la strozzatura diventa sistemica e si ripercuote su tutta la catena. In Germania la produzione industriale è rallentata di molto e si sa che noi siamo il successivo anello della catena: gli esperti dicono che entro natale dovrebbe frenare anche la nostra produzione. Ma qui arriva la gelata che non ti aspetti. La questione dei no-pass entra a gamba tesa nel quadro.
I portuali bloccano il Porto di Trieste e interrompono la catena dei trasporti italiana. La rallentano, creano dei buchi eccetera. Ed ecco la tempesta perfetta. Quell’industria che lotta contro il caro energia e contro le materie prime che on si trovano o costano troppo care, ora deve lottare anche contro le materie prime che ci sarebbero ma non vengono consegnate. Il Porto di Trieste ha numeri importanti. Collegamenti privilegiati con la Germania e la Danimarca, importante per i traffici con la Cina. Le autorità hanno detto che lo sciopero dei portuali è illegale, ma loro non arretrano.
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Della crisi della supply chain si parla troppo poco. Preferiamo parlare del dramma del ricnaro delle bollette. Ma la crisi della supply chain significa disoccupazione ed altra inflazione domani.
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