Quella fatta dalla Cina non è una manovra disperata.
Però è certamente la manovra di chi ha paura di essere finanziariamente solo. Di aver spaventato troppo gli investitori stranieri e le grandi realtà del credito. Dopo Evergrande qualche cosa in Cina è cambiato. Il governo di Pechino ha il timore che gli investitori stranieri scottati dal debito non onorato comincino a non fidarsi più del sistema produttivo cinese e così fa buon viso a cattivo gioco ed apre maggiormente alle grandissime banche internazionali la possibilità di vendere i propri prodotti nel ricchissimo mercato cinese. Per le banche internazionali il vantaggio e chiaramente enorme: il mercato cinese è sconfinato e poter vendere liberamente ad una platea così vasta e così desiderosa di occidentalizzarsi è un business assolutamente da non perdere. Per il governo di Pechino significa invece perdere qualcosa in termini di autonomia e significa anche fare un bel regalo agli stranieri.
Però adesso la priorità sembra quella di stemperare i toni e di non esasperare il clima. Tanti investitori stranieri sono rimasti duramente colpiti da quello che è ormai il default certo di Evergrande. Di conseguenza Pechino sente la necessità di dare qualcosa in cambio alle grandi banche perché non comincino ad isolarla e a trattarla come qualche cosa da evitare. Non è niente altro che un do ut des che senza il crollo del gigante dell’immobiliare sicuramente non sarebbe avvenuto o comunque sia non in questi termini. D’altra parte c’è anche la necessità di offrire un’alternativa a tutto quel debito privato cinese che ormai si fida poco delle opzioni locali e preferisce prodotti di risparmio più internazionali.
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E’ ormai una lunga lista quella delle banche che possono proporre i propri prodotti sul mercato cinese. I nuovi regolamenti aprono di tanto il sistema.
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Per la Cina è l’occasione di riconquistare fiducia e normalità.
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