La parola d’ordine è sempre la stessa: rassicurare i mercati e rassicurare gli investitori, ma ormai questo mantra non funziona più come prima.
La crisi dei chip è troppo forte e dopo aver colpito il settore Automotive e aver fatto danni in tanti comparti, oggi si fa sentire anche sul sul colosso delle CPU americano Intel. Intel oggi in borsa tracolla di ben l’11%. I dati riportati dalla società sono in effetti molto negativi ed il CEO di Intel ammette che la crisi dei chip secondo lui si potrà risolvere solo nel 2023. Numeri duri e parole dure che riportano alla realtà dopo troppo tempo nel quale si è detto che la crisi sarebbe stata transitoria. Intel paga anche un periodo di notevoli spese sostenute per potenziare varie divisioni dell’azienda. Ma la questione dei chip ormai è diventata troppo preoccupante per derubricarla ad un problema di questa o quell’azienda. Ha fatto scalpore la notizia diffusa qualche giorno fa di Hyundai costretta a prodursi i microchip in casa.
Se in un primo tempo la crisi della supply chain e della difficoltà di reperire materie prime poteva apparire un problema più legato ad altri tipi di industria più tradizionale, oggi il mondo finanziario si rende conto che è proprio la tecnologia con la sua fame continua di chip ad essere particolarmente esposta. Il crollo di oggi di Intel è sintomatico. E le prospettive sul settore sono piuttosto enigmatiche. Se, come detto la narrativa dominante parla sempre di un’interruzione della catena degli approvvigionamenti sostanzialmente transitoria, è proprio il CEO di Intel a dire che si dovrà attendere fino al 2023.
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Ad ogni modo sulla trimestrale sotto le attese pesano anche le ingenti spese necessarie per la costruzione di un nuovo stabilimento per lo sviluppo di semiconduttori in Arizona.
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Sta emergendo piana piano la vera fisionomia di questa crisi della supply chain.
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