Ulteriore mazzata sulle pensioni: non solo la riforma slitta ma gli assegni si abbassano. Sindacati già pronti sul piede di guerra.
Tempi duri per i pensionati: per mancanza di risorse finanziarie la riforma previdenziale è stata posticipata a data da destinarsi e gli assegni si abbasseranno. Vediamo insieme cosa succederà.
Luglio era iniziato nel migliore dei modi con la rivalutazione delle pensioni minime. Purtroppo, però, i prossimi mesi non saranno altrettanto positivi. Intanto per cominciare non si sa ancora se il Governo approverà l’estensione a tutti i lavoratori di Quota 41 oppure se introdurrà Quota 96 o ancora, se prorogherà ulteriormente Quota 103. Un grande punto interrogativo pende anche sulla testa di Ape sociale e Opzione donna che potrebbero essere cancellate. Ma le brutte notizie non finiscono qui: dall’anno prossimo gli assegni pensionistici potrebbero essere più bassi del previsto. I sindacati sono già pronti a fare guerra al Governo Meloni.
Pensioni: ecco l’ultima stangata
Pensavamo che, viste le ottime premesse di luglio, per i pensionati sarebbe stato un anno d’oro. Purtroppo non sarà così e dal 2024 la situazione potrebbe ancora peggiorare.
La prima stangata è arrivata con una rivalutazione delle pensioni molto più bassa del previsto che ha determinato importi insufficienti a far fronte al crescente carovita. Le tre precedenti percentuali rivalutative erano le seguenti:
- 100% per le pensioni fino a tre volte il trattamento minimo che, per il 2023 corrisponde a 563,74 euro;
- 90% per le pensioni tra le tre e le cinque volte il trattamento minimo;
- 75% per le pensioni oltre cinque volte il trattamento minimo.
Con il Governo Meloni le percentuali di rivalutazione sono passate da tre a sei ma hanno penalizzato le pensioni intorno ai 2500 euro. Infatti le nuove percentuali di rivalutazione stabilite dall’Esecutivo sono le seguenti:
- 100% per le pensioni fino a 4 volte il minimo;
- 85% per pensioni fino a 5 volte al minimo;
- 53% per pensioni fino 6 volte il minimo;
- 47% per pensioni fino a 8 volte il minimo;
- 37% per pensioni fino a 10 volte il minimo;
- 32% per pensioni oltre le 10 volte il minimo.
Ma le brutte notizie, purtroppo, non finiscono qui: cattive nuove anche sul fronte della liquidazione del Tfr. La Consulta si è recentemente espressa senza mezzi termini: la liquidazione del Tfr agli statali non deve avere ripercussioni negative sulle casse dello Stato. Quindi, sebbene, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il pagamento differito nel tempo del Tfr-Tfs agli statali, un lavoratore potrebbe dover spettare anni per ricevere ciò che gli spetta.
Attualmente le tempistiche per ricevere il proprio Tfr – nel caso di lavoratori statali – cambiano in base al motivo di cessazione del rapporto di lavoro. Possono andare dai 12 mesi fino ai 24 se la cessazione del rapporto di lavoro è avvenuta per dimissioni volontarie. Non solo: il Tfr, a seconda dell’importo da liquidare, può anche essere versato in più rate e non in un’unica soluzione.