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Donne nate nel 1975: la pensione scivola in avanti, l’uscita non è più una certezza

Angelina Tortora

Per molte donne nate intorno al 1975 la pensione non coincide più con un’età scritta nella legge, ma con un equilibrio fragile tra contributi versati, soglie minime e carriere discontinue.

È una generazione che vive il sistema contributivo nella sua forma più pura e più esigente, dove ogni anno di lavoro pesa e ogni interruzione lascia un segno.

Donna e pensione
Donne nate nel 1975: la pensione scivola in avanti, l’uscita non è più una certezza (Ilovetrading.it)

Le donne nate intorno al 1975 si collocano in una zona di confine che il sistema pensionistico italiano rende particolarmente complessa. Non beneficiano delle vecchie regole retributive, ma, nella maggior parte dei casi, non hanno nemmeno potuto costruire una carriera lunga e continua. Pensione, contributi, età di uscita e importo dell’assegno non viaggiano più insieme come in passato. È qui che nasce la sensazione diffusa di un orizzonte che si allontana, fatto di rinvii impliciti e condizioni che si sommano nel tempo.

Pensione: le regole di base e il sistema contributivo puro

Per una lavoratrice nata nel 1975 il riferimento è il sistema contributivo integrale. L’uscita ordinaria dal lavoro avviene con la pensione di vecchiaia a 67 anni, a cui si aggiungono gli adeguamenti alla speranza di vita. La pensione anticipata, che richiede oggi 41 anni e 10 mesi di contributi più la finestra mobile, resta un’ipotesi teorica per molte carriere femminili, soprattutto quando il percorso lavorativo risulta frammentato.

Le misure temporanee introdotte negli ultimi anni, come Opzione Donna, non hanno rappresentato una soluzione strutturale per questa generazione. Requisiti selettivi, platee ristrette e ricalcolo contributivo hanno reso questi canali poco accessibili per chi è nata a metà degli anni Settanta, lasciando il quadro generale sostanzialmente invariato.

Dal 2027 tornerà pienamente operativo il meccanismo di adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, sulla base dei dati Istat. La Legge di Bilancio 2026 ha confermato questo ritorno, intervenendo solo in modo limitato su alcune categorie, senza modificare l’impianto generale.

Questo significa che l’età di vecchiaia oggi fissata a 67 anni è destinata a spostarsi in avanti, mentre anche i requisiti contributivi per l’anticipata continueranno a crescere. Per una donna nata nel 1975, l’uscita ordinaria dal lavoro tende così a collocarsi intorno al 2043–2044, quindi tra i 68 e i 69 anni, con possibili ulteriori slittamenti nel tempo. Il tutto a condizione che l’assegno maturato raggiunga almeno il livello minimo richiesto dalla legge.

Quando l’età non basta: il nodo dell’importo soglia

Nel sistema contributivo l’età anagrafica non garantisce automaticamente l’accesso alla pensione. Oltre agli anni richiesti, serve un importo minimo dell’assegno, agganciato al trattamento sociale. Se questa soglia non viene raggiunta, l’uscita slitta, anche se l’età prevista è stata compiuta.

Questo meccanismo incide in modo particolare sulle carriere discontinue, sui part-time prolungati e sui periodi di reddito basso. Per molte donne nate nel 1975 il rischio non è solo quello di una pensione modesta, ma quello di dover continuare a lavorare per superare la soglia minima. Il sistema, di fatto, chiede non solo quanti anni sono stati compiuti, ma quanto è stato accumulato.

Nel contributivo contano il montante contributivo e il coefficiente di trasformazione applicato al momento dell’uscita. Maternità non coperte da contribuzione piena, lavori discontinui, cambi di contratto e periodi di inattività producono effetti permanenti sull’importo finale.

Per una donna del 1975 il problema centrale non è solo andare in pensione più tardi, ma arrivare all’età di uscita con un assegno insufficiente. È qui che nasce il rinvio implicito: non una data che cambia sulla carta, ma la necessità concreta di restare al lavoro per rendere sostenibile la pensione.

Le donne nate intorno al 1975 hanno attraversato una fase di forte trasformazione del mercato del lavoro. Meno stabilità, più flessibilità e una maggiore esposizione alla precarietà hanno inciso sulla continuità contributiva. La maternità, spesso concentrata tra i 30 e i 40 anni, ha lasciato vuoti che il sistema non recupera automaticamente.

Il risultato è un doppio svantaggio: montante più basso e coefficienti applicati in età meno favorevole. A parità di età anagrafica, molte donne si trovano così a dover lavorare più a lungo o ad accettare pensioni ridotte rispetto alle aspettative iniziali.

Per questa generazione il vero spartiacque non coincide con l’ultimo anno di lavoro, ma con il periodo compreso tra i 50 e i 55 anni. È in questa fase che diventa possibile valutare la propria posizione, colmare eventuali vuoti contributivi e rafforzare il montante.

Rimandare ogni riflessione confidando in riforme future espone a un rischio concreto: arrivare all’età pensionabile senza margini di manovra. Nel contributivo il tempo ha un peso specifico elevato e ogni anno perso incide più di quanto sembri.

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