La pensione anticipata ordinaria non prevede limiti di età, ma nella pratica quasi tutti escono dal lavoro dopo i 62 anni. Tra requisiti contributivi, carriere discontinue e finestre di decorrenza, la soglia anagrafica torna centrale anche quando la legge non la impone.
Pensione anticipata 2026, anzianità contributiva, 42 anni e 10 mesi, 41 anni e 10 mesi, pensione di vecchiaia a 67 anni, Ape Sociale, pensione anticipata contributiva, assegno sociale: il lessico previdenziale crea spesso confusione tra misure diverse che nel linguaggio comune finiscono tutte sotto l’etichetta di “uscita anticipata”.
In senso tecnico, la pensione anticipata rappresenta la prestazione scollegata da un requisito anagrafico. In passato si chiamava pensione di anzianità. Si distingue dalla pensione di vecchiaia, che richiede il compimento dei 67 anni oltre a un minimo contributivo, e da strumenti come l’Anticipo Pensionistico, che non costituiscono una pensione in senso stretto. Nel 2026 il sistema prevede due canali principali di pensione anticipata: quella ordinaria e quella contributiva. La differenza incide in modo diretto sull’età di uscita effettiva dal lavoro.
La pensione anticipata ordinaria si basa esclusivamente sull’anzianità contributiva. Per ottenerla servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Non esiste un requisito anagrafico espresso dalla norma. Tuttavia la decorrenza del trattamento slitta di tre mesi rispetto alla maturazione dei contributi.
Accanto a questa misura opera la pensione anticipata contributiva, destinata a chi non possiede contributi versati prima del 31 dicembre 1995. In questo caso la legge richiede almeno 64 anni di età, 20 anni di contributi e un importo pensionistico non inferiore a tre volte l’assegno sociale, soglia che si riduce per le lavoratrici madri.
Sul piano teorico, quindi, un lavoratore potrebbe accedere alla pensione anticipata ordinaria anche a 60 anni o prima, purché raggiunga il requisito contributivo richiesto. Nella realtà, però, la situazione cambia radicalmente.
Per maturare 42 anni e 10 mesi di contributi a 60 anni, un lavoratore dovrebbe aver iniziato a versare contributi intorno ai 17 anni e non aver mai interrotto l’attività. Carriere lineari e senza pause risultano oggi sempre più rare, a causa di periodi di disoccupazione, contratti discontinui o ingressi tardivi nel mercato del lavoro.
Ecco perché, pur in assenza di un limite anagrafico formale, l’età effettiva di uscita con la pensione anticipata ordinaria si colloca nella maggior parte dei casi oltre i 62 anni. Questa soglia non compare nella legge, ma rappresenta un riferimento concreto per chi punta a lasciare il lavoro immediatamente dopo aver maturato i contributi richiesti.
Il caso pratico chiarisce il meccanismo. Un lavoratore che inizia a lavorare a 20 anni e mantiene una carriera continua raggiunge 42 anni e 10 mesi di contributi intorno ai 62-63 anni. Solo a quel punto può chiedere la pensione anticipata ordinaria e, trascorsi i tre mesi di finestra, uscire definitivamente dal lavoro. Chi ha iniziato più tardi o ha avuto interruzioni inevitabilmente sposta in avanti l’età di pensionamento.
La distinzione tra pensione anticipata ordinaria, pensione anticipata contributiva e pensione di vecchiaia resta fondamentale per orientarsi tra requisiti anagrafici e contributivi. Nel 2026 la legge continua a non imporre un’età minima per la misura ordinaria, ma la struttura del mercato del lavoro rende i 62 anni una soglia di fatto per l’uscita immediata.
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