Il nodo pensioni è sempre più spinoso. Si tratta di una corsa contro il tempo poiché il termine per riordinare tutta l’intricata matassa è la fine dell’anno.
E probabilmente non sarà sufficiente. I sindacati hanno una sola grande certezza: queste continue mini-riforme e correttivi continui ed interventi una tantum fanno solo crescere l’insicurezza dei lavoratori. Ma in 80 giorni si riuscirà a sbrogliare la matassa? I sindacati denunciano che non si sia aperto un tavolo di trattativa sulle pensioni. Lo definiscono grave e lo denunciano con asprezza. Per la CGIL va assolutamente superato l’attuale sistema in modo globale e non con tanti piccoli interventi confusionari. Il punto è che dopo la fine di quota 100 non si capisce che cosa accadrà. Per Roberto Ghiselli segretario confederale della CGIL, ci vuole una flessibilità in uscita che parta da 62 anni di età oppure 41 anni di contributi ma senza lo scoglio dell’età. Inoltre va riconosciuta la gravosità differenziata dei vari lavori.
In generale i sindacati continuano a chiedere quota 41 ed un’uscita dai 62 anni. Particolare enfasi e data dalle piattaforme sindacali alla scadenza di quota 100 e alla grave incertezza che ciò comporta sul mondo del lavoro. Ecco perché per tutte le sigle sindacali è fondamentale il poter andare in pensione a 62 anni per chi ha iniziato a lavorare presto ed ha sviluppato 41 anni di contributi non ci devono essere tetti sul fronte dell’età. Ma il grande cruccio dei sindacati sono appunto i lavori usuranti. Secondo i sindacati l’attuale normativa non tiene in dovuto conto come taluni lavori siano estremamente gravosi ed usuranti per chi li porta avanti per tutta una vita.
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Altrettanto sicuro è che i sindacati non vogliono che il governo si nasconda dietro un semplice allargamento della Ape sociale.
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La denuncia dei sindacati va proprio in questa direzione: i vari governi tentano sempre di uscire dall’impasse pensioni con interventi spot che continuano a complicare la materia e a far vivere i lavoratori con una cronica incertezza.
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