Nike ha tutte le carte in regola per essere un’azienda nei pasticci.
Con metà della produzione di scarpe nel sud est asiatico e con un legame fortissimo alla manifattura di quei paesi che hanno subito pesantissimi lockdown e che tuttora subiscono tutta una serie di problemi, la Nike avrebbe dovuto essere una delle aziende in assoluto più colpite dalla crisi della supply chain. Eppure Goldman Sachs la premia ne offre un outlook estremamente positivo. Da un lato c’è il fatto che un’azienda come Nike non subisce il collo di bottiglia dei microchip che sta perseguitando molte altre aziende. Ma soprattutto c’è una capacità dell’azienda di essere particolarmente resiliente. In un primo tempo con la crisi della supply chain tutte le aziende americane che producevano in Asia o che comunque prendevano dall’Asia componenti e semilavorati erano sembrate particolarmente nei guai. E si era temuto per la loro tenuta.
Al contrario un’azienda come Nike oggi, giudicata in modo estremamente positivo da Goldman Sachs dimostra che anche dal grosso pasticcio della supply chain si può uscire se lo si fronteggia nel modo giusto. La crisi della supply chain è un fenomeno globale e studiare queste aziende che ce la fanno nonostante questi intoppi e sicuramente utile per tutti. La grande banca d’affari fissa un target price alto: 172 dollari. Una netta riprova di fiducia. Per Goldman la fidelizzazione del cliente fatta tramite la sua app di grande successo e la grande moda delle sneakers sono armi vincenti dell’azienda.
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Nike conosce tutto dei suoi clienti tramite l’app che usano continuamente. E questo stretto rapporto con loro la aiuta molto.
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Dunque Nike vince perchè offre un servizio a tutto tondo che consente di assorbire anche un momentaneo problema sulle calzature.
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