La crisi della supply chain e quella dei microchip sono in un certo senso due sfumature del medesimo problema.
Ma da un altro punto di vista si intensificano a vicenda. La crisi dei microchip è esplosa mediaticamente col caso delle aziende di Automotive costrette a tagliare le proprie produzioni a causa della penuria dei chip. Poi si è estesa a tutto il comparto tecnologico e questo era piuttosto prevedibile. Tuttavia l’intreccio di queste due crisi può risultare assai problematico per il comparto tecnologico. E gli analisti iniziano a correggere il tiro. Se fino a ieri puntare sulla tecnologia significava avere sempre ragione, oggi non è più così. Nei portafogli degli investitori istituzionali metterci un bel po’ di titoli tecnologici significava far bella figura con il cliente e significava anche assicurarsi lauti guadagni.
Che niente dovesse salire come la tecnologia era quasi una verità indiscutibile. Ma con la crisi dei chip tutto questo cambia. Non perché la crisi in se stessa non sia risolvibile. Infatti secondo alcuni nel 2022 la situazione potrebbe rasserenarsi. Ma un comparto che letteralmente vive di nuove proposte, di nuove idee può reggere alla discontinuità dei microchip? Ciò che gli analisti si chiedono è in sostanza quanto sia credibile ed affidabile attualmente la supply chain dei microchip. Anche ammesso che effettivamente la crisi si risolva nel 2022 e non è certo, se questa industria si trova sempre sotto la spada di Damocle di rallentamenti che facciano saltare i calendari delle presentazioni dei prodotti quanto le prospettive di crescita possono essere effettivamente solide?
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Insomma oggi mettere in un fondo la tecnologia significa ricevere tante domande. Sino ad oggi nella percezione comune sembrava che la tecnologia fosse sospinta dal genio senza fine dei suoi ingegneri.
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