Ultimamente ci siamo abituati a parlare di rivoluzioni. Tutto è una rivoluzione.
Internet è una rivoluzione, gli smartphone sono una rivoluzione, gli smartphone pieghevoli sono una rivoluzione. Ma anche i social network, il metaverso, le criptovalute, la blockchain, i non fungible token… l’elenco potrebbe continuare per un bel po’. Quante rivoluzioni stiamo vedendo in questi anni, ma il risultato in definitiva qual è? Il risultato al netto di tanti effetti speciali e paroloni roboanti ce lo comunicano coloro i quali studiano il divario tra ricchi e poveri. Tutta questa sbornia di rivoluzioni digitali ci ha regalato un mondo nel quale i ricchi arrivano a possedere fortune spaventose e i poveri sono dei derelitti che non riescono ad arrivare alla fine del mese. La colpa, in fondo, è un po’ di tutti. Infatti quando Zuckerberg ha annunciato il metaverso (ricicciando concetti vecchissimi tra l’altro) nessuno gli ha chiesto in quale modo concreto questo potesse accorciare il divario tra ricchi e poveri.
Quando si parla trionfalisticamente di criptovalute o di non fungible token si dovrebbe chiedere a chi le propone: ma tutto questo fino ad oggi quanto ha accorciato il divario tra ricchi e poveri? Il mondo sta cambiando molto velocemente, ma sta diventando sempre più ingiusto. Se lo scopo di tutte queste rivoluzioni è far misurare un divario sempre più abissale tra ricchi e poveri ne facciamo volentieri a meno. Una rivoluzione tecnologica dovrebbe offrire soldi a chi non ne ha, dovrebbe offrire lavoro a chi non ha prospettive e non soltanto rimbambire il consumatore con intrattenimento a basso costo. La rivoluzione la fanno i poveri, gli oppressi. Le finte rivoluzioni della tecnologia le fanno i padroni per cementare il proprio potere e togliere diritti. La verità è che auto elettrica, auto a guida autonoma, A.I. ecc, sono una falcidie per il lavoro.
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Per carità, noi per primi abusiamo di questo concetto di rivoluzione a sproposito.
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Ma leggere poi quanto la forbice dei redditi si divarichi ogni anno di più è sconfortante.
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