Cosa fare se il Fisco rigetta il ricorso in autotutela? La soluzione è questa

In questo articolo vedremo come un contribuente deve comportarsi di fronte a un rigetto del ricorso in autotutela da parte del Fisco.

Non è necessario solo andare dal giudice per fare ricorso, ma si può anche parlare direttamente con gli uffici del Fisco (come l’Agenzia delle Entrate, l’Agente per la riscossione esattoriale, l’Agenzia dei Monopoli, il Comune, ecc.) e chiedere loro di rivedere o annullare la decisione.

Pratiche
Come presentare ricorso in autotutela-ilovetrading.it

Questo si chiama “ricorso in autotutela” e aiuta l’amministrazione a correggere i propri errori, con l’eventuale condanna che verrà evitata. Ma cosa accade se il Fisco rigetta il ricorso? Cosa si può fare? E cosa dice la legge in questi casi? Scopriamo insieme le risposte a queste domande e altre cose importanti sul ricorso in autotutela fiscale.

Ricorso in autotutela rigettato dal Fisco: cosa fare?

L’autotutela è a disposizione di coloro che ritengono un atto fiscale illegittimo e desiderano evitare di contestarlo in tribunale, o che hanno permesso che scadano i termini pertinenti e non hanno altri mezzi di opposizione.

Ricorso autotutela rigettato: cosa succede
Cosa succede e cosa si può quando il ricorso in autotutela viene rigettato dal Fisco-ilovetrading.it

Questo strumento consente di evitare costi e perdite di tempo associati al tradizionale giudizio. Inoltre, non bisogna pagare nulla, non è necessario l’avvocato e non ha scadenze in quanto a presentazione.

Però, l’autotutela da un lato non dà garanzie di risposta (poiché l’amministrazione non è tenuta a rispondere alle richieste del contribuente), non fornisce certezza di una congrua motivazione per qualsiasi rifiuto, ma soprattutto non va a sospendere i termini per il ricorso al Tribunale Tributario (quindi bisogna sempre fare attenzione alla scadenza imminente dei termini per l’appello).

Il Fisco può rifiutarsi di annullare un atto richiesto in autotutela senza fornire motivazioni adeguate. I contribuenti si chiedono se il rifiuto può essere impugnato anche se i termini per il ricorso sono scaduti. Secondo la giurisprudenza, il rigetto potrebbe essere impugnato soltanto per dedurre se ci sono profili di illegittimità per il rifiuto, ma non per la contestazione della fondatezza della pretesa tributaria.

La revoca di un atto fiscale avviene soltanto se esistono motivi di interesse generale. Non può essere contestata semplicemente a causa di difetti nell’atto se l’interesse del contribuente è esclusivamente personale. Pertanto, solo possibili profili di illegittimità del rifiuto possono essere dedotti e la validità della pretesa fiscale non può essere contestata: la revoca dell’atto deve essere utile per ogni contribuente.

Una volta che il provvedimento che irroga le sanzioni o l’atto impositivo diventa definitivo, il contribuente che ha chiesto il ritiro in autotutela non è in grado di dedurre eventuali difetti dell’atto, ma deve invece dimostrare che esiste un interesse di rilevanza generale dall’amministrazione per la rimozione dell’atto.

In altre parole, devono emergere elementi che possano convincere l’amministrazione finanziaria a riconoscere l’esigenza del ritiro dell’atto in autotutela. Si deduce pertanto che l’impugnazione contro il diniego dell’amministrazione di esercitare il potere di autotutela può essere presentata solo per contestare profili di illegittimità del rifiuto, ma non è valida per la contestazione della fondatezza della pretesa fiscale.

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