La figura del caregiver familiare ha trovato per la prima volta un inquadramento normativo con la Legge n. 205 del 2017, che ha riconosciuto il ruolo di chi assiste il coniuge, la parte dell’unione civile o il convivente di fatto in condizioni di non autosufficienza.
Successivamente, il D.Lgs. 105/2022 ha rafforzato il quadro di tutele, recependo le direttive europee sul bilanciamento tra vita lavorativa e vita familiare e superando il principio del cosiddetto “referente unico dell’assistenza”.
Nonostante questi interventi, il sistema previdenziale continua a non tenere conto in modo diretto del lavoro di cura. Eppure i numeri mostrano una realtà difficilmente ignorabile. In Italia si stimano oltre 7 milioni di caregiver familiari, persone che prestano assistenza almeno una volta a settimana a un parente. La maggioranza è composta da donne, circa il 60 per cento del totale. Una quota rilevante dedica più di 20 ore settimanali alla cura, spesso riducendo o abbandonando l’attività lavorativa, con effetti diretti sulla carriera contributiva e sul futuro pensionistico.
Pensione e collegamento con il disegno di legge sui caregiver familiari
Il contesto normativo si arricchisce di un ulteriore tassello. Il 12 gennaio il Governo ha approvato un disegno di legge sui caregiver familiari con l’obiettivo di fornire finalmente una disciplina nazionale organica. Il testo definisce i requisiti per il riconoscimento ufficiale del caregiver e introduce misure come permessi lavorativi e forme di sostegno economico, ma non affronta direttamente il nodo della pensione.
Proprio su questo vuoto si innesta l’iniziativa parlamentare attualmente in discussione. La Commissione Lavoro ha ripreso l’esame di due proposte di legge, una delle quali risulta ferma dal novembre 2022, per valutare una soluzione previdenziale coerente con il nuovo quadro di tutele. L’obiettivo dichiarato consiste nel coordinare le misure, evitando sovrapposizioni e costruendo un percorso di uscita anticipata che riconosca formalmente il valore sociale del lavoro di cura.
Immaginiamo il caso di una donna che, per vent’anni, assiste un genitore non autosufficiente, riducendo progressivamente l’orario di lavoro fino a uscire dal mercato occupazionale. In assenza di correttivi, questa persona rischia di arrivare all’età pensionabile con una carriera contributiva frammentata e un assegno ridotto. Il riconoscimento dei 20 anni di caregiving come titolo per l’accesso alla pensione anticipata consentirebbe di evitare un doppio svantaggio: la perdita di reddito durante la vita lavorativa e una penalizzazione permanente in età avanzata.
È proprio questo il cuore della proposta in discussione. Non si tratta di introdurre un privilegio, ma di colmare una lacuna strutturale del sistema previdenziale, che oggi non intercetta una forma di lavoro essenziale per la tenuta sociale ed economica del Paese.
Il percorso parlamentare resta aperto e le decisioni definitive richiederanno tempo, ma il dibattito sulla pensione anticipata per i caregiver familiari segna un passaggio rilevante. Per la prima volta, il lavoro di cura entra con forza nell’agenda previdenziale, aprendo la strada a un possibile riequilibrio tra contributi versati e contributi invisibili, ma non per questo meno reali.






