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Economia

Quegli algoritmi pericolosissimi che lavorano per creare social dipendenza

Lo scandalo di Facebook ed Instagram ha scoperchiato un modo poco etico di gestire i social.

Ne è nato un dibattito assai interessante e stimolante. Uno dei temi che ci sembra più rilevante è quello relativo agli algoritmi che propongono i contenuti agli utenti. Questi algoritmi sono vere e proprie miniere d’oro per i social, ma anche per i siti di e-commerce perché riescono a studiare il modo di pensare dell’utente e capiscono come proporgli i contenuti in maniera tale che passi più tempo possibile sul social o sul sito di e-commerce. Questi algoritmi sono in grado di imparare e di evolversi. Di conseguenza diventano sempre più bravi a comprendere le varie tipologie umane e a comprendere come suggestionare il nostro cervello per farci fare ciò che a loro conviene.

Algoritmi pericolosi

Quando si parla di addiction nei confronti di social network o social addiction o in italiano si potrebbe rendere come socialdipendenza è in pratica con questi algoritmi che ci si scontra. Sono quegli algoritmi continuamente evoluti e migliorati per moltiplicare il numero delle ore che l’utente passa su un social. Non esiste alcuno strumento di controllo su questi algoritmi e certamente non è interesse dei social che essi funzionino male. Tutt’altro. L’unica arma per difendersi dall’efficienza di questi algoritmi è la consapevolezza che i social possono essere anche una fonte di dipendenza. La questione più complessa è il discrimine tra ciò che è lecito fare per trattenere un utente un po’ di più e cosa invece non è lecito.

Leggi anche: Gli utenti cominciano a temere i social: un minore su due vittima di violenza

In effetti è complesso stabilire una linea di demarcazione tra il giusto impegno per essere più attrattivi ed un’attività che finisce con il ledere chi li usa.

Leggi anche: Proviamo ad immaginare gli influencer del metaverso

E’ un dibattito aperto ed interessante, ma ancora una volta sta anche a noi essere maggiormente consapevoli di quel che facciamo.

Salvatore Dimaggio

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